Internet Manager Blog

Il Blog di Gianluigi Zarantonello

Meglio inventare ogni volta la ruota o consegnare ad altri i propri utenti?

Eccomi qui a scrivere sul blog dopo un periodo di assenza dovuto all’ultimazione della nuova versione del sito istituzionale dell’azienda per cui lavoro.

Amleto

Un dubbio amletico: quale la scelta strategica più giusta?

In questo periodo ho avuto modo di accumulare diverse riflessioni, oggi ve ne propongo una che credo sia di una certa valenza strategica per un’azienda che vuole essere presente sul web: meglio creare propri servizi innovativi o usare gli strumenti offerti già fatti dai big della rete?

Nessuna delle due strade è giusta a priori e occorre fare una breve panoramica sulle due scelte.

Non è necessario inventare ogni volta la ruota
: sicuramente questa è l’argomentazione chiave per dire che, ad esempio, sviluppare uno strumento di video sharing aziendale o un social network proprio (con tutte le difficoltà del caso) è una fatica notevole e in molti casi inutile quando ci sono già servizi simili sulla rete, come YouTube e Facebook.
Loro hanno risorse e know how per migliorare i servizi (che sono il loro core business) nonché milioni di utenti già iscritti che frequentano i loro siti.

Non è logico consegnare ad altri il bene più prezioso di un sito, i suoi utenti registrati
: questo è invece l’argomento più significativo per dire che basare tutta la propria strategia su social media di terzi dove abbiamo una nostra pagina equivale a regalare a questi servizi le email e i lead in genere degli utenti. Ossia state lavorando per loro e non per voi stessi.

Trovo entrambe le cose vere e dunque la mia opinione è che ci vuole una scelta di equilibrio
: la vostra fan page su Facebook o i vostri Tweets nella maggior parte dei casi sono troppo difficili da replicare su piattaforme proprie ma devono invece essere un punto di contatto che vi consente di portare alla registrazione sul vostro sito degli utenti.
E’ inutile ambire a creare una vostra piattaforma dove potete sfruttare l’esistente ma dovete avere la lungimiranza di usare tutti questi strumenti come leve di marketing e fonti di contatti per sviluppare la vostra propria strategia sui vostri propri media.

Questo non esclude nemmeno l’adozione di piattaforme di social media marketing white label per creare circuiti propri dove convogliare chi avete ingaggiato sugli altri media ma credo che tale strategia, senza un’ampia distribuzione della propria azienda sul web, rischi di essere poco visibile e di attirare troppo pochi contatti.

In conclusione dunque il mio consiglio è di usare con intelligenza gli strumenti free esistenti per favorire i vostri siti proprietari e di non avventurarvi da zero nello sviluppo preferendo piuttosto soluzioni customizzabili e brandizzabili fatte da esperti del settore.

Voi che cosa ne dite?

Novembre 16, 2009 Pubblicato da Gianluigi Zarantonello | Riflessioni a fil di rete, Tutti i post | , , | Ancora nessun commento.

Fareste conversazione con un frullatore? Sul web io sì, e vi spiego il perché!

Sabato scorso sono stato al Venezia Camp 2009 e come sempre quando si parla e ci si confronta con altre persone sono tornato a casa con degli spunti interessanti.

Immagine tratta da http://geekandpoke.typepad.com/geekandpoke/

Uno in particolare mi ha fatto venire voglia di scrivere questo post: se il web è un luogo relazionale dove ci si incontra fra persone che cosa ci fa lì un’azienda e che senso ha per me iniziare un dialogo con un prodotto, come il frullatore di cui sopra?

Non è sicuramente un’osservazione priva di logica, e spesso la realtà dei fatti, specie in Italia, dà ragione agli scettici.

Dal mio punto di vista però è prima di tutto necessario distinguere fra presenze intelligenti e presenze sbagliate sul web 2.0 (termine che mi piace sempre meno, e ho già spiegato perché): che cosa vuole ottenere la nostra fabbrica di frullatori? E la strategia che ha messo in pista per farlo è quella giusta? E mi pongo in modo adatto ai miei interlocutori?

Non è un discrimine da poco: non è detto che i miei clienti vogliano parlare con me di quello che decido unilateralmente e in ogni caso non lo faranno per forza negli spazi che ho creato io.

L’approccio post in effetti prevede diversi livello di coinvolgimento dei pubblici, dal puro ascolto fino alla collaborazione attiva che porta alla trasformazione dell’azienda stessa.

C’è poi un punto tanto banale quanto chiave: le aziende sono fatte di persone e se entriamo in contatto con queste ultime sicuramente svilupperemo delle relazione, ammesso esse che ci parlino con voce personale e umana, come chiesto dal Clue Train Manifesto (tesi n°3).

In questo caso potremo valutare se lo scopo per cui l’azienda ci ingaggia in questo rapporto è realmente utile per noi, come quando questo porta a soddisfare i nostri bisogni di cambiamento, evoluzione e diversa fruizione di un prodotto o servizio.

Non tutte queste relazioni sono davvero personali ma vi viene da chiedere se altrettanto possono essere definite quelle con tante connessioni ignote di un social network di cui abbiamo accettato l’amicizia in modo automatico.

Sono punti di contatto, occasioni, che partendo dal piccolo possono però smuovere grandi cose.

Non mitizziamo dunque troppo i rapporti di relazione sulla rete (quasi tutti per diventare qualcosa di più passano per un incontro personale) e cerchiamo di avere non pregiudizi verso le aziende, nemmeno quando facciamo due chiacchiere con un frullatore (molto meglio, con una pr di frullatori).

In fondo l’unico web relazionale cattivo è quello fatto male e con obiettivi sbagliati, per cui idee chiare e mente aperta, mi raccomando (aziende o privati che siate)!

P.S. attendo con ansia i pareri di eventuali produttori di frullatori 2.0…come loro!

Ottobre 28, 2009 Pubblicato da Gianluigi Zarantonello | Riflessioni a fil di rete, Tutti i post | , , , | Ancora nessun commento.

I principi delle reti sociali applicati alla comunicazione interna e all’organizzazione?

Qualche giorno fa ho parlato di Enterprise 2.0 ed ho citato anche due interessanti post di Leonardo Bellini (li trovate qui e qui) sui 10 principi delle reti sociali ripresi da il Passaparola di Emanuel Rosen.

Dal momento che ho sottolineato che la costruzione dell’enterprise 2.0 parte da un clima organizzativo e culturale ho provato ad applicare alcuni dei 10 principi in questione alla comunicazione interna e mi sembra che vi siano degli spunti interessanti su cui riflettere.

Un grafo di social network analysis, fonte http://www.thedailybit.net

1° : le reti sociali sono invisibili, al di là dei disegni fatti sull’organigramma da sempre si creano delle reti di relazioni e collaborazione tra diverse aree e funzioni, in presenza di un sistema di condivisione fluido e accettato da tutti delle informazioni questa situazione non potrà che essere massimizzata crescendo oltre le previsioni che si possono fare all’inizio.

2° : simile cerca simile (Affinità elettive) e 3° : chi si assomiglia tende a raggrupparsi,  il che può creare paradossalmente dei problemi, perché tende a mantere l’informazione all’interno di gruppi di lavoro chiusi. Questo viene evidenziato anche nel 5° principio: le informazioni restano intrappolate nei gruppi. L’abilità di chi governa le informazioni deve essere dunque quella di portare costantemente a contatto gruppi diversi e farli interagire in un ambiente comune.

Al contrario, il fatto che persone che non sono in un rapporto diretto e continuativo (legame forte) entrino in interazione con altre aree e con le loro informazioni esalta la forza dei legami deboli “scoperti” da Mark Granovetter che sono l’oggetto dell’8° principio (i legami deboli sono sorprendentemente forti).

Nel momento in cui il clima organizzativo e gli strumenti tecnologici permettono l’accesso alle informazioni e alle conoscenze da parte di molteplici persone, anche senza un’interazione personale approfondita, saranno proprio i legami deboli a far viaggiare la collaborazione attraverso i diversi gruppi, tramite delle persone che fanno da connettori e nodi di rete (6° principio).

La tecnologia ovviamente potenzia alla grande il potere dei legami deboli (9° principio) mettendo il dubbio il tradizionale limite posto dal numero di Dumbar e permettendo anche in grandi organizzazioni l’interazione e la condivisione fra centinaia di persone.

E dunque che cosa ci dice questa breve carrellata di principi applicati alle organizzazioni?

1) Le informazioni devono essere accessibili anche al di fuori dei propri gruppi abituali di lavoro disegnati sull’organigramma.

2) Per fare questo ci deve essere un clima organizzativo e delle policy che incentivino le persone a non tenere per sè le informazioni e ad essere proattive nell’utilizzo di quelle rese disponibili da altri.

3) Nel momento in cui le persone sono aperte a questo approccio è necessario dare loro degli strumenti tecnologici semplici e potenti per parlarsi e per mettere in circolo l’informazione.

La vostra esperienza lavorativa è così o c’è ancora da lavorare?

Ottobre 11, 2009 Pubblicato da Gianluigi Zarantonello | Riflessioni a fil di rete, Tutti i post | , , , | Ancora nessun commento.

Comunicare sul web nell’economia dell’abbondanza (e della scarsità di attenzione)

Sto finendo in questi giorni la lettura di Gratis di Chris Anderson e il nuovo libro del diretto di Wired Usa mi ha dato degli ottimi spunti per integrare un tema di cui ho già parlato: la massima distribuzione della propria presenza sul web.

Di fatto i navigatori sempre più fruiscono il web con una modalità che non è più quella della navigazione sequenziale all’interno di una serie di siti preferiti, agevolati dai feed rss, i servizi di aggregazione come iGoogle e Netvibes, applicazioni come i widget e le web slice.

immagine tratta da http://laurelpapworth.com

immagine tratta da http://laurelpapworth.com

Nel libro di Anderson si parla del fatto che l’economia digitale sta favorendo un nuovo modello economico, basato sul gratis, grazie alla crescita combinata dello spazio su disco, dei processori e della capacità di banda.

Che cosa c’entra tutto ciò con i feed e gli aggregatori? Beh, l’unica cosa ad essere scarsa in tanta abbondanza è il tempo dei gli utenti: potete offrire quanti contenuti volete ma dovete considerare che non tutti verranno a visitare sempre il vostro sito.

Per questo dovete offrire gratuitamente contenuti e, perché no, anche servizi complementari al vostro business e lasciare che possano essere fruiti anche fuori dal vostro sito, a patto che poi alla fine essi riportino da voi.

E’ l’esempio di Google news o anche di The Huffington Post: è vero che vanno a prendersi i contenuti dei giornali senza autorizzazione ma bisogna anche dire che per leggere il contenuto completo si deve aprire il sito originale, con un aumento del traffico.

Dunque non si deve temere che altri possano attingere ai vostri contenuti gratuitamente e senza permesso, a patto che poi questa agregazione riporti gli utenti da voi.

Il contenuto reso esportabile dunque dovrà essere un assaggio chiaro ma non esaustivo, che deve essere completato visitando il sito o un altro servizio web aziendale. Dovrà essere ben visibile nelle pagine aziendali e avrà più efficacia se sarà già accompagnato da bottoni (forniti gratuitamente dai vari servizi) che ne permettono velocemente l’aggiunta e/o lo sharing sulle maggiori piattaforme.

Naturalmente anche il contenuto dovrà essere di qualità e frequentemente aggiornato, per meritarsi un posto di riguardo nella mente e nel browser del cliente, e più material sarà disponibile e maggiore sarà la possibilità di innescare quegli effetti di coda lunga di cui ho già parlato in passato.

In più la possibilità di sfruttare le connessioni degli utenti (nodi di rete e connettori), in particolare per quanto riguarda i legami deboli che superano i limiti tradizionali quali il numero di Dumbar, crea una forma di comunicazione efficace e potente.

E’ una nuova forma di comunicazione diffusa, dove (secondo il principio della potenza delle connessioni della teoria della complessità) le relazioni e gli interscambi che le persone attuano fra loro portano ad un risultato finale superiore ad un’addizione dei singoli contributi.

Sieti pronti?

Ottobre 5, 2009 Pubblicato da Gianluigi Zarantonello | Riflessioni a fil di rete, Tutti i post | , , , , | Ancora nessun commento.

Aziende e social media: sarà vero amore (e vero successo)?

E’ innegabile che ormai nell’immaginario collettivo i siti e gli strumenti del web 2.0 sono diventati dei media a tutti gli effetti e per tale ragione sono sempre più corteggiati dai marketing manager.

I dati che vengono dalle ricerche che riguardano gli USA sono significativi: secondo l’indagine “Social Media: Embracing the Opportunities, Averting the Risks” (di Russell Herder e Ethos Business Law, sondaggio realizzato a luglio di quest’anno) 8 su 10 degli uomini di marketing attribuiscono ai social network un ruolo importante per il potenziamento del brand, oltre che per il recruiting e il customer care.

Anche gli investimenti in advertising si muovono di conseguenza e, secondo uno studio di comScore, i siti di social media hanno rappresentato il 21,1% della distribuzione di inserzioni nel web Usa a luglio (anche se la raccolta è molto concentrata su MySpace e Facebook, con oltre l’80% del mercato).

D’altronde l’ultima indagine semestrale Nielsen (oltre 25.000 consumatori di 50 Paesi del mondo), evidenzia che il 90% dei consumatori internet si fida dei consigli di persone che conoscono e il 70% crede alle opinioni dei consumatori pubblicate online.


Tutto bene dunque? Sì ma con dei distinguo.

Il primo aspetto riguarda l’effettiva fiducia che i consumatori hanno nei brand attivi nei social media: nello studio “Women & Brands Online: ‘The Digital Disconnect” il 52% delle 1.000 donne intervistate diventa amica o almeno fan di un brand nei social network, l’83% comunque si sente “neutrale” o “negativa” al rispetto al marchio. Il 75% poi dice di non essere influenzata da canali di social networking per l’acquisto di prodotti e servizi.

Inoltre io sono sempre scettico nella pubblicità in quanto tale sui social media, alla quale preferisco un linguaggio e degli strumenti più di stampo dialogico.

Infine non dimentichiamo che gli iscritti ai social media non sono registrati al nostro sito e non diventano lead per il nostro database, per cui di fatto contribuiamo alla crescita altrui.

Dal mio punto di vista dunque i social media sono un’estensione importante del brand e permettono di contattare nuovi prospect per iniziare un dialogo con loro ma alla fine devono riportare sulle pagine di proprietà dell’azienda.
Non ha senso creare infatti un social network proprio o un nuovo Twitter brandizzato se si può sfruttare l’enorme bacino di questi siti ma le rendini le si deve tenere in azienda con una corretta impostazione strategica e servendosi dei social media (non servendo loro).

E voi che ne dite?

Settembre 21, 2009 Pubblicato da Gianluigi Zarantonello | Riflessioni a fil di rete, Tutti i post | , , , , , , , , | 4 Commenti

Enterprise 2.0: i software sono già collaborativi, ma le persone?

Si sente parlare sempre più spesso di Enterprise 2.0, ossia quello che Wikipedia definisce un insieme di approcci organizzativi e tecnologici orientati all’abilitazione di nuovi modelli organizzativi basati sul coinvolgimento diffuso, la collaborazione emergente, la condivisione della conoscenza e lo sviluppo e valorizzazione di reti sociali interne ed esterne all’organizzazione.


Una modalità di lavorare e progettare che nasce dall’esperienza del web 2.0 e che si avvale di molte delle tecnologie nate in quest’ambito, come blog, wiki, rss, tagging. Anche le infrastrutture di rete basate su SOA e BPM sono ormai mature e si stanno diffondendo in ambito aziendale e si stanno affermando molti software collaborativi pensati per le più varie esigenze d’impresa (per una panoramica visitate  l’ottimo http://www.softwaresociale.com).

Le tecnologie dunque ci sono e hanno costi sempre più bassi, dal mio punto di vista però c’è un tema che non va sottovalutato: le persone sono pronte a collaborare? E fino a che punto?

E’ un’altra faccia della medaglia dell’approccio strategico ai social media: bisogna capire prima chi sono gli intercolocutori e quali obiettivi si vogliono raggiungere e solo poi si può approcciare una tecnologia.

L’enterprise 2.0 dunque è prima di tutto un approccio organizzativo, che passa per la corretta comprensione della valenza del lavoro collaborativo, dei principi della delega e della cultura di un approccio win-win per tutti gli enti e le persone coinvolte.

Le aziende ne sono consapevoli? E la mentalità lavorativa degli italiani è pronta con le dirigienze in grado di accompagnare il cambiamento?

Vedremo, certo la tecnologia senza le persone non serve a nulla…

Settembre 14, 2009 Pubblicato da Gianluigi Zarantonello | Riflessioni a fil di rete, Tutti i post | , , , , | 5 Commenti

Smartphone, tanti ecosistemi di business, una sola rete?

E’ di questi giorni la notizia che anche Samsung sta per lanciare un suo apps store, mossa assolutamente coerente per il secondo produttore al mondo di device e di fatto inevitabile vista la folta concorrenza in merito.

Mi chiedo però se questa frammentazione di sistemi operativi, applicazioni, sviluppatori sia di reale giovamento per lo sviluppo di servizi evoluti e di larga diffusione, da fruire via web mobile, soprattutto in vista delle ulteriori potenzialità prospettate con l’arrivo dello standard LTE.

Negli ultimi due anni infatti la palla dell’evoluzione del web mobile (e dell’uso evoluto della telefonia) è passata dagli operatori telefonici ai produttori di device, fermo restando, almeno in Italia, una stretta ‘collaborazione’ che sta all’origine, ad esempio, del costo dell’iPhone.

Da un lato questa forte concorrenza, trainata dall’arrivo di Apple come ipotizzato qualche tempo fa, sta consentendo uno sviluppo vivace e ricco di novità, dall’altro però il modello di business basato sull’ecosistema chiuso (molto redditizio) è una barriera per lo sviluppo di strumenti trasversali ai vari tipi di sistemi operativi.

Chi conosce un po’ questo mondo infatti sa che già oggi, con pochi player davvero importanti (essenzialmente Symbian, Windows, iPhone, Rim e Android), lo sviluppo di applicazioni per il mobile richiede una miriade di varianti, con costi e tempi che lievitano.

In comune resta solo la rete su cui ci si appoggia per navigare (costi degli operatori permettendo) ma già il fatto che esistano siti fatti solo per iPhone mi sembra un indizio che anche il web mobile possa diventare non realmente cross platform.

Senza nulla togliere ai leciti profitti degli apps store temo dunque che alla lunga si possano creare delle barriere tra i vari os tali da impedire lo sviluppo di strumenti di larga diffusione, specie per quanto riguarda la pubblica utilità.

La soluzione? Potrebbe essere un protocollo analogo a quello che sta sotto il web e l’html, derivante dalla collaborazione di più player, in grado di bypassare le differenze, non solo nei siti (dove il linguaggio è ancora comune) quanto negli strumenti.

In alternativa i produttori potrebbero competere per rendere uno standard di fatto una loro applicazione o suite, per tutti i vari sistemi esistenti.

Utopia? Fine della festa per i produttori e per gli apps store?

Non è detto, e prova ne è il recente accordo Office Mobile e Symbian, con il quale Nokia guadagna un prezioso strumento di lavoro e Microsoft espande esponenzialmente l’ecosistema della sua suite di programmi.

I profitti degli sviluppi dei software nati in un certo ecosistema, per le applicazioni di un certo interesse, potrebbero aumentare grazie alla diffusione mentre gli apps store avranno sempre senso e mercato per applicativi molto specifici, come possono essere ad esempio quelli legati al multitouch dell’iPhone.

Sia come sia, credo che la competizione giovi molto al settore, mentre la frammentazione in ambienti chiusi no.

Voi che ne dite?

Settembre 4, 2009 Pubblicato da Gianluigi Zarantonello | Riflessioni a fil di rete, Tutti i post | , , , , | Ancora nessun commento.

Gli specialisti del web 2.0, gente sull’orlo del caos (in senso fisico)?

Ogni giorno che passa rende sempre più evidente il fatto che il web sia un ambiente ad alto tasso di complessità, per altro con un livello sempre crescente.

I social media, il peer to peer, il lavoro collaborativo e spontaneo sono fenomeni difficili da sintetizzare, schematizzare e, naturalmente, governare.
Ne avevo parlato già tempo fa, il web 2.0 si adatta molto bene alla teoria della complessità e ai suoi 7 principi: le connessioni danno risultati superiori a quelli dei singoli noti sommati, vi sono fenomeni di autorganizzazione e l’impossibilità della previsione è di fatto una regola.

Un esempio di frattale

Un esempio di frattale

Come può dunque un professionista del settore governare questo magma e quali sono le doti che gli sono richieste? Beh intanto a chi lavora sul web sul piano strategico è chiesta una visione sempre più ampia e ‘umanistica’: costruzione di relazioni, scelta di linguaggi e creazione di progetti multicanale.

Credo però che la dote più particolare e difficile sia la capacità di muoversi lungo quel sottile crinale che si chiama orlo del caos: tutti i sistemi viventi evolvono quando si trovano in uno stato di confine tra il caos e l’ordine, troppo caos provoca la disintegrazione, troppo ordine la fossilizzazione. Per il web 2.0 il ragionamento non può essere diverso: se un sito o una tecnologia non consente nessuna variazione e sperimentazione agli utenti presto muore, così come un sistema senza nessun tipo di regola è destinato a disintegrarsi. Le API ad esempio sono un trampolino verso lo sviluppo ma conservano però al loro interno una base essenziale di regole che impediscono la disintegrazione.
Questo movimento sulla soglia del limite richiede grande flessibilità, sicurezza nella visione ma anche capacità di riscrivere in volo le regole: come un frattale il web 2.0 è ricco di sistemi basilarmente abbastanza semplici (qual è, ad esempio, Facebook) che riescono a moltiplicarsi e complicarsi all’infinito sulla scia di semplici e banali regole.
Il web dunque non è cosa così banale come si pensa e lo testimonia lo stesso colosso Google, dove la matematica e la logica ad altissimo livello vengono ben prima della programmazione (Brin, uno dei due fondatori, è un grandissimo matematico).

Le aziende saranno in grado di percepire a pieno questa complessità, affidando questo delicato settore a professionisti specializzati e preparati? O continueranno a confondere la rete con un grande bazar del tutto gratis, da gestire con “le risorse che ci sono in casa”?
Dare una risposta del tutto positiva per adesso sembra alquanto…complesso!

Che ne pensate?

Luglio 30, 2009 Pubblicato da Gianluigi Zarantonello | Riflessioni a fil di rete, Tutti i post | , , | Ancora nessun commento.

Il marketing del territorio, i batteri di Venezia e la grande rete

Una cosa è certa, noi italiani non siamo bravi a valorizzare il nostro immenso patrimonio culturale, artistico, naturale…in una parola tutto ciò che dovrebbe portare turismo nel nostro bel paese.

turismo

Immagine tratta da www.mondoviaggiblog.com

Non voglio generalizzare, tuttavia ci manca di certo una politica di comunicazione unitaria e ogni territorio si muove per conto suo, non sempre in modo degno.

In più ultimamente sembra che all’estero tutti su Internet facciano (casualmente) in modo di sminuirci, infierendo su debolezze reali e presunte: hanno cominciato i giapponesi dandoci dei ladri e oggi se ne vengono fuori quelli di TripAdvisor, noto sito americano di consigli ai viaggiatori, che mettono Venezia tra le cinque attrazioni turistiche con maggiore densità batterica al mondo causa piccioni.

C’è da dire che le località che precedono Venezia in carica batterica sono delle pietre Irlandesi (le Blarney Stone) baciate dai turisti in omaggio a un’antica leggenda e un grande muro colorato di chewingum stratificati dal 1993 a Seattle…insomma anche in questo caso il nostro turismo ha qualcosa in più da offrire!

Perché tuttavia non riusciamo ad esprimere a pieno il potenziale dell’Italia, offrendo il fianco alle pr ostili dei concorrenti?

Un primo punto è forse l’eccesso di offerta: c’è talmente tanto da vedere che arrivare a una sintesi è davvero difficile. Questo problema si può affrontare secondo la teoria della coda lunga: mettere a disposizione tanto e offrire dei filtri per fare ricerca.

Questo ci porta al secondo punto: dove fare questa raccolta di proposte? Pare che la vicenda di Italia.it stia vivendo un nuovo capitolo, con tutte le critiche del caso. Un portale turistico nazionale che sia il punto di accesso all’offerta di un paese è assolutamente imprescindibile per un paese turistico, al di là dei particolarismi.

I contenuti da presentare però sono tantissimi e la loro raccolta è stata finora un grosso limite: anche questo può essere affrontato delegando alle realtà locali (con grosso apporto di volontari) che con una piattaforma collaborativa e aperta possono progressivamente contribuire al popolamento dei nostri siti turistici, sotto un unico coordinamento.

Infine è importante che la gente del posto sia coinvolta nella promozione del territorio, anche grazie alle tecnologie del web 2.0, in modo da costruire racconti e storie davvero emozionanti che valorizzino un progetto di marketing territoriale in rete.

Che cosa serve allora? Soldi? Certo ma non bastano (e non possono essere buttati come in passato), occorrono un approccio collaborativo, delocalizzione, contributo dal basso, abbandono dei particolarsmi locali e riduzione della burocrazia.

Insomma un cambio di mentalità. Ci riusciremo? Voi che ne dite?

Luglio 23, 2009 Pubblicato da Gianluigi Zarantonello | Riflessioni a fil di rete, Tutti i post | | Ancora nessun commento.

I social media, il chiasso e la coda lunga

L’altro giorno, in un raro momento di calma davanti al pc, mi sono perso a girare da un profilo all’altro di alcuni social media (Facebook, Twitter, FriendFeed e altri), spingendomi anche negli amici degli amici.

Davanti alla quantità enorme di messaggi che incontravo a mano a mano mi è salito dentro la testa un dubbio, quanto ancora la nostra mente e la nostra attenzione saranno in grado di gestire questo bombardamento? Non c’è troppo chiasso?

Dal momento che conoscete il mio amore per i social media fin da tempi non sospetti (le mie prime esperienze in merito risalgono al 2002) penserete che io sia improvvisamente impazzito.
Non è così (al massimo sono un po’ stressato).

Non ho smesso di credere che la strepitosa possibilità di espressione e di creazione in una propria identità sul web 2.0, se la sa usare, sia una delle più grandi rivoluzioni del nostro tempo.
Moltissimi dei miei contatti sono poi persone che scrivono cose interessantissime su argomenti che condividiamo, oltre a lasciarsi andare a qualche momento di piacevole svago.
Ciò non toglie che con sempre più gente online questa grande conversazione stia diventando un po’ rumorosa, tanto più che vi entrano molte aziende che la scambiano erroneamente per uno spazio dove replicare i loro spot invece di dialogare con gli utenti.

Si tratta dunque di una situazione di troppa ricchezza, che offre scelta infinita ma che rischia di impedire di fruire di ciò che si vuole se non lo si riesce a trovare.
Ma Internet è un mercato dalla lunga coda, come ci insegna Chris Anderson: liberi dalla tirannia delle frequenze limitate, delle pagine stampate e dei palinsesti tutti i nostri contenuti, come tutte le merci, corrono incontro ad un mercato illimitato dove almeno qualche persona li “comprerà”, preferendoli ai bestseller.
In questa curva la grande massa dei micro-contenuti, sommata assieme, diventa maggioranza facendo la fortuna di realtà come YouTube, eBay o anche Amazon.

E allora che cosa manca? Secondo me il futuro dei social media passa per la possibilità di avere, o creare, dei filtri che ci permettano in modo intelligente e dinamico di trovare quello che cerchiamo, come per le merci della coda lunga (per cui sono requisito fondamentale).
Sicuramente già oggi qualcosa c’è ma credo che l’evoluzione in tal senso sia una delle sfide del futuro, per non essere sommersi dal clamore di tante voci che ci stanno parlando tutte assieme, senza sacrificare la libertà di nessuno.

Voi che ne dite?

Luglio 20, 2009 Pubblicato da Gianluigi Zarantonello | Riflessioni a fil di rete, Tutti i post | , , , , , | 3 Commenti