Sai che cosa si dice di te in rete? L’importanza del monitoraggio
La reputazione è un bene prezioso e di questo qualsiasi azienda è pienamente consapevole, almeno per quanto riguarda i media trazionali.
Ma sul web? Beh sulla rete, in particolare nei forum e nella blogosfera, le voci corrono ad una velocità enorme e con un’ampiezza di diffusione che può rapidamente uscire dai confini nazionali ma pochi se ne rendono conto.
Come si monitora la rete ed in particolare il mondo magmatico del web 2.0? La cosa migliore è di dotarsi di un tool software apposito, in grado di farci avere in tempo veloce e in modo costante notizia di tutto ciò che si dice di noi, naturalmente con criteri di settaggio che evitino omonimie e risultati non realmente rilevanti.
E una volta trovato qualche commento negativo che si fa?
Si deve decidere volta per volta ma si possono dare alcuni consigli:
a) Non intervenire a tutti i costi, se è una critica non troppo aggressiva, in una fonte poco nota e se, dopo qualche giorno non genera strascichi è meglio non essere ossessivi.
b) Se dobbiamo invece intervenire è bene farlo dichiarando la propria identità, meglio se con il ruolo aziendale, mai cercare di fingersi un altro utente comune.
c) Per far sì che sui motori di ricerca nel breve periodo non compaiano solo i commenti negativi su di voi si possono acquistare degli annunci pay per click con le parole/argomenti incriminati.
d) In tutti i casi (compreso il punto a) bisogna tempestivamente prevedere delle pagine sull’argomento sul proprio sito, in modo che esse siano disponibili per gli interessati e siano indicizzate. Infatti anche dopo mesi, quando la protesta è passata, restano reperiti dai motori i risultati negativi e se non ci sono i nostri argomenti di risposta lasciamo di fatto la parola agli avversari.
Naturalmente le attività di gestione della reputazione online non servono a ripulire dai commenti negativi il web (bene lo spiega questo post) ma permettono all’azienda di capire cosa pensano e dicono gli utenti e consentono l’intervento tempestivo su voci, magari infondate, che possono fare grossi danni all’azienda.
Pensate sia un’esagerazione? Leggete questa storia…
One to one advertising: è necessario essere maleducati per raggiungere il target?
Ho letto su moltissimi siti della vicenda di Rachel Beckman, una giornalista del Washington Post che su Facebook è stata vittima di messaggi pubblicitari molto pesanti, in cui si è vista dare dal suo social network prima della cicciona e poi della sterile.
La cosa più preoccupante ed insieme più significativa è stata l’evoluzione del messaggio sulla base di ciò che Rachel scriveva nel suo profilo, fino al “Vorrai mica essere una sposa grassa?” sparato alla vigilia del matrimonio.
Il fatto che l’advertising si evolva sulla base del comportamento dell’utente, purchè tutte le impostazioni privacy scelte dal navigatore siano rispettate, è un ottimo esempio di comunicazione one to one che ritengo assolutamente positiva in termini di efficacia.
Tuttavia è davvero necessario essere così aggressivi? Questo tipo di linguaggio dà davvero risultati positivi?
Come scrissi qualche anno fa una campagna trash o aggressiva di fatto assicura un maggiore ricordo e potenzia la notorietà del marchio, anche (e soprattutto) se ne viene imposta la cessazione.
Bisogna dire però che nella marca moderna non è importante solo il ricordo e il riconoscimento ma anche le sensazioni che il brand genera e l’immaginario ad essa collegato.
Credo inoltre che i consumatori moderni siano più maturi ed informati di un tempo e dunque il ragionamento “purché se ne parli” mi sembra un po’ antiquato.
Dal mio punto di vista dunque ben venga la targhettizzazione spinta, ma senza mai mancare di rispetto al nostro interlocutore, perché ciò alla lunga sarà sicuramente inutile e controproducente.
La comunicazione, Nimby e la spazzatura
La spazzatura in Campania sta riempiendo in questi giorni le cronache in Italia e, purtroppo, anche all’estero e leggendo e ascoltando tutto questo mi sono ricordato di un mio vecchio articolo sulla cosiddetta Sindrome di Nimby.
L’acronimo sta per “Not in my back yard”(letteralmente “non nel mio giardino”) e si riferisce a quei fenomeni di protesta collettiva che si scatenano contro la realizzazione di opere pubbliche nei pressi della propria città o del proprio paese, nel timore di gravi ripercussioni sulla salute e/o sulla qualità della vita in genere.
Alcune ricerche indicano che l’Italia è il paese europeo più soggetto a questo problema che coinvolge quasi il 90 % dei nuovi progetti.
Ma che cosa c’entra la comunicazione con tutto questo?
Semplice, per riuscire a realizzare in modo pacifico e senza traumi sociali un progetto, come ad esempio una discarica, occorre lavorare con la popolazione, parlare con le persone, guadagnare la loro fiducia e soprattutto coinvolgerle, materialmente ed emotivamente, in ciò che si va a fare.
Si devono evidenziare inoltre i vantaggi derivanti dal progetto per il singolo e per l’economia della zona in genere e preparare la popolazione ad affrontare eventuali disagi momentanei.
Vanno coinvolti tutti i “pubblici influenti”, siano essi enti statali, attori economici privati o opinion leaders, che possono favorire oppure ostacolare la riuscita dell’operazione.
Spesso infatti la sindrome di Nimby è causata da diffidenza e scarsa conoscenza.
Inoltre è necessario fronteggiare a livello comunicativo i gruppi più irriducibili (o nel caso campano criminali) e non bisogna lasciare il campo comunicativo a disposizione di chi avversa il progetto rispondendo con campagne stampa informative alla loro opera di opposizione sui media.
Infatti, purché un progetto sia valido e sicuro, di solito la conoscenza dei dettagli e dei pregi dello stesso è l’arma migliore per il proponente, mentre la pura imposizione dall’alto delle decisioni è solo causa di scontri.
La situazione campana sicuramente è molto complessa, frutto anche di complicità politiche e di una criminalità padrona del territorio.
Tuttavia è un po’ diverso andare improvvisamente a sversare immondizia in un sito dove si era promesso di fare un campo da golf (come a Pianura) e invece spiegare alla gente che con un impianto sicuro non si corrono rischi per la salute e che ci si può ricavare energia risparmiando denaro (come a Lipsia).
Dunque la sindrome di Nimby si può affrontare con un’opera di marketing territoriale e di pr, naturalmente occorre che le aziende e le amministrazioni pubbliche siano preparate in materia.
Per questo è stato realizzato il Nimby Forum (http://www.nimbyforum.net/) che si pone come un osservatorio del fenomeno per capire e fronteggiare il problema.
La lezione più importante comunque è che per affrontare queste situazioni non servono imposizioni o tentativi di far passare le cose sotto silenzio bensì capacità di comunicazione e di informazione, con progetti seri e contrastando contemporaneamente chi fa controinformazione.
Prove generali di network radiofonico universitario…
Le radio universitarie sono una realtà non solo nel Nord America o nel Regno Unito, ma anche in Italia. Chiediamo a Romeo Perrotta, presidente di RadUni, l’associazione degli operatori radiofonici universitari, di illustrarci alcuni aspetti di questo fenomeno per quanto riguarda il nostro paese.
In tempi recenti il panorama della radiofonia universitaria è diventato più ampio e articolato: basti pensare che solo nel 2006 sono state inaugurate le web radio dell’Università di Catania (“Radio Zammù”), di Roma Luiss (“Radio Luiss”) e dell’Università di Napoli Federico II (“Radio F2”), mentre all’inizio del nuovo anno comincerà a trasmettere la radio on line dell’Università di Torino. In tutto contiamo una quindicina di esperienze e oltre quattrocento studenti che collaborano a queste iniziative. E’interessante rilevare la varietà dei canali impiegati (filodiffusione, Internet, l’etere), ma anche l’eterogeneità degli “editori”: in alcuni casi le radio universitarie nascono in seno all’Ateneo, in altri per iniziativa di un singolo Dipartimento o per impulso di un’associazione studentesca. In altri ancora, infine, è l’ente per il diritto allo studio a finanziare direttamente il progetto.
Hai fatto riferimento a Radio Luiss. Qualcuno è rimasto sorpreso per il livello degli investitori che hanno finanziato questa radio. Tu che ne pensi?
A me sembra un dato positivo che delle grosse aziende abbiano puntato su questo progetto. Dimostra che le radio universitarie esprimono un potenziale formativo e comunicativo su cui vale la pena scommettere. Mi auguro che, sulla falsariga di questo esempio, altri sponsor possano decidere di finanziare nuove iniziative in altre realtà.
Quest’anno è nata RadUni, l’associazione degli operatori radiofonici universitari. Quali sono le finalità dell’associazione?
La nostra ambizione è poter realizzare vero e proprio network universitario. In questa prospettiva ci adoperiamo per favorire la nascita di nuove emittenti in altri atenei e per diventare un punto di riferimento dei circuiti che già trasmettono. Inoltre, attraverso la promozione di progetti innovativi nell’ambito della didattica e della comunicazione, RadUni vuole dare impulso alla ricerca e alla sperimentazione di linguaggi e di modelli espressivi, agevolare la formazione degli studenti e il loro inserimento professionale. Anche per questi motivi guardiamo con interesse agli sviluppi della radiofonia digitale.
Quali attività avete promosso finora?
Lo scorso settembre abbiamo lanciato il “RadUni News” (scaricabile da www.raduni.org), un format settimanale di informazione radiofonica universitaria: otto diverse radio partecipano alla realizzazione della rubrica e la trasmettono poi simultaneamente il mercoledì alle 18.45. Insomma, le prove generali per un network universitario italiano sono cominciate davvero.
I feed rss, uno strumento di comunicazione da scoprire.
Molti di voi navigando su Internet avranno notato dei link caratterizzati da un’iconcina xml o rss che parlava dei feed del sito da poter scaricare.
Se avete cliccato il link probabilmente vi siete trovati davanti ad un blocco di informazioni incomprensibili ed avete chiuso la finestra senza pensarci più.
Bene, quello che avete intravisto era un feed rss.
Di che cosa si tratta? RSS (acronimo di RDF Site Summary ed anche di Really Simple Syndication) è uno dei più popolari formati per la distribuzione di contenuti Web, basato sul linguaggio XML, ossia quella cosa poco comprensibile che avete visto dopo il click sul link.
Al dì là degli aspetti tecnici di costruzione del feed comunque per l’utente questo strumento non è altro che un link da copiare (tasto destro del mouse sull’iconcina di turno e poi “copia collegamento”) in un apposito programma di lettura, di cui esistono diverse versioni gratuite.
A questo punto avremo in un lettore paragonabile ad un programma di posta elettronica i titoli degli articoli e dei contenuti prodotti dal sito da dove abbiamo preso il feed stesso.
Li potremo leggere quando vorremmo e saremo aggiornati su tutte le novità.
Capite bene che i vantaggi sono diversi: l’utente sceglie volontariamente di ricevere i feed, non si deve iscrivere né disiscrivere (come avviene per una newsletter), l’aggiornamento riguarda tutti i contenuti che vogliamo ed è in tempo reale.
Tutto ciò per chi fa comunicazione non può certo non essere considerato prezioso, tanto più che all’interno di questi contenuti possono essere anche inseriti degli spazi pubblicitari.
Ancora oggi tramite dei semplici codici è possibile inserire nel proprio sito dei contenuti altrui richiamati proprio dai feed, che permettono al sito terzo che li produce di vederli comparire sul vostro in tempo reale senza alcun lavoro da parte di entrambi.
Questo può dare luogo a fruttuosi e semplici (tecnicamente scambi) che permettono di diffondere in modo capillare i propri contenuti sul web e di vedere sempre aggiornato da fonti selezionate il proprio sito.
L’unico limite alla diffusione dei feed finora è stata dunque la scarsa comunicazione fatta per presentarli e diffonderli (nella maggior parte dei siti non ci sono istruzioni per l’uso) che li ha confinati ad un mondo di tecnici e specialisti.
E’ giunta l’ora invece di spiegare anche all’utente finale e all’uomo di business non tecnico tutte le opportunità di questo mezzo, per poter finalmente usufruire di un nuovo e potente canale di comunicazione sul web.
La sfida è aperta e molti grandi player, anche di beni di largo consumo, la stanno già percorrendo.
Pubbliche Fascinazioni. I rituali delle relazioni pubbliche tra scienza e arte
Pubbliche Fascinazioni. I rituali delle relazioni pubbliche tra scienza e arte è un libro di Roberto Fioretto edito da Cleup nel 2006.
L’autore, comunicatore dottorando in sociologia, parte dalla sua esperienza personale nel mondo delle relazioni pubbliche, per dare luogo ad un’attenta e a tratti irriverente riflessione sui risvolti di questo mestiere.
Per fare questo Fioretto affronta sia i luoghi comuni che circondano la professione sia i dibattiti che coinvolgono la stessa comunità professionale dei relatori pubblici.
L’originalità del libro però sta nel modo in cui l’autore approccia i vari temi, parlando sempre della propria esperienza e inserendo aneddoti e citazioni che a prima vista poco c’entrano con il discorso centrale ma poi rivelano con lo scorrere delle pagine tutta la loro significatività ai fini dell’analisi.
Dunque tra il racconto di una cena romantica (ed i relativi problemi per prepararla) e la descrizione del carnevale ambrosiano il lettore dunque viene invitato a vedere le cose con l’occhio attento e non condizionato dagli stereotipi tipico del sociologo.
In questo modo passo dopo passo Fioretto decostruisce le strutture create dall’opinione pubblica e dalla stessa comunità professionale per arrivare al nucleo caldo e denso delle relazioni pubbliche, coincidente con il gusto e l’arte di prendere parte al complesso gioco relazionale.
A rendere ancora più piacevole il libro c’è poi il linguaggio fresco e lontano da qualsiasi vezzo e pesantezza accademici, senza per questo ridurre lo spessore del contenuto, ricco di citazioni e di nozioni sociologiche di grande interesse.
Per tali motivi, come scrive Emanuela Di Pasqua nel sito di Ferpi, il «libro dovrebbe essere letto da qualsiasi studente che voglia avvicinarsi alla professione di relatore pubblico per capire meglio cosa andrà a fare da grande. Si tratta di un’acuta riflessione sui risvolti di questo mestiere, nel tentativo di costruire un’immagine precisa dei compiti che un pr svolge e al tempo stesso di smontare alcuni luoghi comuni e sdrammatizzare i ‘tormentoni’. Un esempio molto calzante viene proprio dalle parole: non si dice pubbliche relazioni ma relazioni pubbliche. E’ una delle prime cose che sottolineano i professionisti della comunicazione. Ma dietro questa ‘ossessione’ cosa c’è? »
E noi non possiamo che condividere questo giudizio, consigliando il libro a tutti coloro che vogliono conoscere il mondo delle relazioni pubbliche attraverso una lettura arguta ed originale.
Keyword advertising, applicazione vincente nell’advertising online
All’epoca del boom della New Economy la pubblicità online sembrava non avere limiti di crescita, più del 10% degli utenti ciccavano sui banner ed i ricavi erano altissimi ed in continuo aumento.
Lo scoppio della bolla speculativa nel 2000, unito ad una maggiore maturazione degli utenti che ha ridotto di quasi cento volte il tasso di click, ha ridimensionato moltissimo le aspettative degli investitori e segnato un periodo di scetticismo sull’advertising online.
Oggi però, grazie alle nuove creatività con i rich media e, soprattutto, alla pubblicità legata ai motori di ricerca la pubblicità sul web segna nuovi segnali di ripresa e di fiducia.
I motori di ricerca, in effetti, sono la seconda applicazione per utilizzo su Internet dopo la posta elettronica e sicuramente rappresentano uno dei business più importanti del settore, con grandi margini di crescita. I navigatori del pianeta, infatti, svolgono mediamente 550 milioni d’interrogazioni al giorno ed il mercato delle ricerche sponsorizzate si aggira oggi sui 2 miliardi di dollari, con un tasso di crescita annuo del 35% che consente di prevedere un valore di 5,6 miliardi nel 2007 (fonti: Time, ComScore Networks, First Albany Capital).
Il loro valore come mezzi di promozione del proprio sito e della propria attività è stato sottovalutato a lungo, a favore delle forme classiche di pubblicità on-line, come i banner e l’e-mailing, oggi invece gli investimenti nel settore cominciano a farsi considerevoli ed il Wall Street Journal prevede che nel 2007 gli attuali 1,9 miliardi di dollari del mercato Usa diventeranno 5 miliardi.
Facciamo però un passo indietro per spiegare cosa si intende per keywords advertising: la forma tradizionale è quella di un’inclusione a pagamento nei risultati di ricerca dei motori, sulla base di un’asta per le singole parole chiave, in questo modo se l’inserzionista compra la parola “auto” in cima alle risposte alla query dell’utente comparirà un link sponsorizzato che porta al sito dell’azienda sponsor.
L’evoluzione di questo tipo di strumento sono poi gli annunci semantici, come gli ad sense o i content match di overture, tramite un semplice script, infatti, il titolare di un sito può far comparire nelle proprie pagine, con formati diversi, dei box pubblicitari con contenuti che automaticamente si aggiornano per essere coerenti con le pagine in cui si trovano.
In effetti il cambiamento di prospettiva è forte, si passa da una logica push (messaggio ‘spinto’ verso il target) ad una pull (target ‘attirato’ verso la fonte), cosa che, oltre che efficace, è anche molto meno fastidiosa da vivere per il possibile cliente. Infatti i collegamenti sponsorizzati e gli annunci semantici portano il navigatore al sito basandosi sui suoi interessi, espressi tramite le parole immesse per la richiesta, in modo tale che mediamente le persone attirate sono motivate alla visione.
Per lungo tempo, in effetti, il limite attribuito al keywords advertising era la possibilità di compromettere l’efficacia delle ricerche dei motori, danneggiando l’efficacia dello strumento. I risultati però hanno smentito questo rischio, anche perché le società che li gestiscono lo sanno e sanzionano duramente i ‘furbi’, che peraltro rischiano anche un effetto boomerang per l’irritazione degli utenti ‘sviati’.
Inoltre gli annunci semantici hanno potenziato ulteriormente questo mercato, “esportando” il meccanismo del keywords advertising anche su siti diversi dai motori di ricerca. Al momento questo tipo d annunci prevedono quasi unicamente la formula del pay-per-click ma è presumibile che l’evoluzione della tecnologia porterà presto ad altre tipologie d’inserzione.
Come si diceva all’inizio dunque questo mercato sta veramente decollando, su molte riviste specializzate in questi giorni tutti gli operatori del settore concordano sul tale successo e gli analisti prevedono una grande crescita, con piena maturità per il biennio 2007-2008.
Questa situazione sta trainando la ripresa di tutto il comparto pubblicitario web, in Inghilterra ad esempio il mercato delle inserzioni online si avvia a superare la somma della raccolta radiofonica e delle affissioni, negli Usa invece l’investimento 2004 ha raggiunto i 9,62 miliardi di euro, con un + 33% sull’anno precedente.
E in Italia? Una ricerca di Nielsen Media Research in collaborazione con un gruppo di 17 concessionarie (che raccolgono il 75% del mercato nazionale) dice che gli investimenti reali, al netto della scontistica, nei primi sette mesi del 2005 corrispondono a 71,5 milioni d’euro, con un + 13,1% rispetto all’anno precedente, una crescita superiore a quella di tutti gli altri mezzi.
Ci sembra buon segnale …
LINKS UTILI
Mini book ‘Come fare business su Internet e vivere felici (con il proprio budget)’
Sono 









